Il lupo nel cinema

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di Stefano Santarsierewww.santarsiere.it

“Anche l’uomo che ha puro il suo cuore, e ogni giorno si raccoglie in preghiera, può diventar lupo se fiorisce l’aconito, e la luna piena splende la sera”

Le frequentazioni cinematografiche del nostro amico sono una degna proiezione del valore simbolico e letterario, che nel corso di secoli di storia umana questa creatura ha raggiunto. Come il lupo ha eccitato gli animi di scrittori e creatori di miti, esso ha visitato i sogni e le visioni di registi e sceneggiatori.
La ragione è probabilmente sempre la stessa: la potenza evocativa, l’aura di struggente solitudine, di elusiva ostilità all’uomo e alle sue risorse che la figura del lupo richiama, e in ultima analisi la sua capacità di sussurrare al cuore come l’amico invisibile della nostra infanzia – o il lato oscuro dell’anima umana.

In generale l’archetipo cinematografico è quasi sempre malvagio. Il licantropo è l’emblema della trasfigurazione dell’uomo nel suo doppio malvagio. Se un mister Hyde qualsiasi prende le nostre vesti nottetempo per seminare terrore nel quartiere, egli avrà certamente le sembianze ferine del lupo e ululerà disperatamente alla luna. Eppure – ed è qui che si determina la rottura totale tra un versante e l’altro del ‘doppio’ – la volontà al male non è spontanea; essa è indotta da un fato, una maledizione, e prescinde da un’effettiva disposizione alla crudeltà. Il povero Larry Talbot – il padre di tutti i licantropi cinematografici interpretato per la prima volta da Lon Chaney Jr nel classico ‘L’uomo lupo’ (Gorge Waggner, 1941) – è schiacciato da un destino contro il quale non può opporsi, e appare più come un personaggio da tragedia greca che una moderna macchina omicida. Lo schema è quello del ‘contagio’, il contatto con la dimensione diabolica che segna e corrompe anche il puro di cuore. In questo, l’ombra del lupo gioca il ruolo di vettore (suo malgrado) di malignità, di ambasciatore del male, ed è l’estensione della cattiva fama che il nostro ignaro amico si è trascinato per secoli.

Gli uomini-lupo hanno spopolato per decenni nell’abito della settima arte, per la gioia non solo degli affezionati, ma anche di truccatori ed effettisti speciali: dal formidabile Jack Pierce del già citato film del 1941, al Neil Corbould dell’inquieto ‘Un lupo mannaro americano a Londra’ (John Landis, 1981). In quest’opera, l’armamentario esoterico fa da sfondo alle iniziali riprese nella brughiera dove si smarriscono i due giovani protagonisti, e la follia collettiva sembra un’utile spiegazione alle ossessioni dei gretti frequentatori del pub. Ma il resto è ben poco rassicurante: la metamorfosi dello sventurato David in lupo mannaro è una straordinaria sequenza di deformazioni, peli che crescono, dita che si allungano scricchiolando e grida che si trasformano in ululati – il tutto scandito dalla ‘Blue Moon’ di Geershwin. Solo che l’ambientazione è appunto la Londra d’oggi, una metropoli cosmopolita e indaffarata: quindi la modernità non è affatto uno scudo opposto al male, e i villaggi di allevatori ignoranti dispongono di armi più efficaci per la difesa.

La stessa modernità, nei suoi aspetti sociologici di produzione, arricchimento e rampantismo, sembra essere il bersaglio di ‘Wolf – la belva è fuori’ (Mike Nichols, 1994), dove la lotta tra licantropi illustra in modo originale il conflitto di potere tra il vecchio direttore di casa editrice e il giovane spregiudicato che ambisce alla sua poltrona. La lotta finale tra i protagonisti è in realtà il confronto armato tra le generazioni, e ancora una volta il lupo è emblema della bestialità che muove i nostri sentimenti ostili.
Significativa associazione tra lupo mannaro e prete cattolico appare in ‘Unico indizio la luna piena’ (Daniel Attias, 1985) tratto dall’omonimo romanzo di Stephen King, dove peraltro viene analizzato il meccanismo della ‘psicosi da mostro’.
Ma l’intreccio tra archetipo e psicologia non funziona sempre nel modo convenzionale: vi sono opere che estrapolano la dimensione emotiva più profonda, e propongono una versione più sofisticata dell’uomo-lupo. Una versione sottile, come quella di Ingmar Bergman nel suo ‘L’ora del lupo’, del 1967. Qui è il mondo interiore del protagonista a farsi ‘lupo’, ovvero favola, mistero, irrealtà. L’ora del lupo è quell’istante tra la notte e l’alba in cui tanta gente muore e nasce, in cui il sonno è più profondo e gli incubi più vividi; quella crepuscolare linea di confine che è il regno d’adozione delle creature della notte, poco prima del loro irrompere.
Infine, conviene anche lambire la parte ‘solare’ del ruolo del lupo nel cinema, quegli aspetti positivi che a loro volta rappresentano il riscatto di questa figura, soprattutto come simbolo della ricerca delle origini e della riscoperta del mondo naturale.
Da questo punto di vista, citerò soltanto il bellissimo ‘Balla coi lupi’ (Kevin Costner, 1990) che unisce entrambi i temi. Il lungo ‘corteggiamento’ tra il protagonista e un lupo (battezzato ‘Due calzini’) anticipa il ben più difficile contatto con i fieri componenti della tribù dei Sioux. Ammirando la loro cultura millenaria, la loro esistenza in armonia con la natura, il loro rispetto profondo per tutto il creato, il tenente Dunbar emerge dalla condizione di smarrimento in cui la violenza e la guerra lo hanno fatto precipitare e riscopre i valori profondi della vita. Gli indiani rappresentano l’innocenza primigenia dell’umanità, il lupo (prima di loro) anticipa e promette questa purezza, durante i giorni di solitudine trascorsi in un forte abbandonato.
E’ sicuramente un momento simbolico, non solo in ottica cinematografica. Il riscatto degli indiani, come si è ripetuto fino alla noia, ma anche il riscatto dei lupi.
Cattivi, insomma, che tali non sono più.

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