Proprietà privata, diritto alla vita: stop alla caccia. La storica sentenza che frena l’arroganza venatoria e tutela la biodiversità

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Di Antonio Iannibelli

La recente decisione dell’Umbria, riportata da Umbria Journal (https://www.umbriajournal.com/ambiente/caccia-sui-privati-lumbria-apre-allesclusione-etica-640992/), di aprire all’esclusione etica della caccia sui terreni privati segna un confine netto, un vero e proprio prima e dopo nella storia della conservazione ambientale in Italia. Un passo in avanti reso possibile anche grazie alla storica Sentenza del Consiglio di Stato n. 895/2026 (https://www.giustizia-amministrativa.it/-/105486-1602), che ha finalmente stabilito come i motivi etici e l’obiezione di coscienza siano ragioni pienamente legittime per vietare l’accesso alle doppiette. Di fronte a una politica che, purtroppo, tenta in ogni modo di allargare le maglie dell’attività venatoria aumentando specie cacciabili e periodi di sparo, questa possibilità offre un profondo e necessario sollievo.
Rete natura privata: un presidio vitale per la tutela della biodiversità. Fino a oggi, chi possedeva un pezzo di terra si sentiva impotente, costretto a subire l’arroganza di una minoranza armata e di istituzioni che si barricavano dietro a una legge vecchia, la quale consentiva un autentico sopruso sulle proprietà private. Oggi, invece, i cittadini possono finalmente riprendere il controllo della loro terra per farne un rifugio sicuro per la fauna selvatica e per gli animali umani che la abitano.

I PRECEDENTI LEGALI: I PRIMI VARCHI NEL MURO DEI PRIVILEGI
La strada che ha portato la Regione Umbria a questa apertura epocale non è nata dal nulla, ma è stata tracciata da due sentenze storiche che hanno finalmente scardinato il dogma dell’intoccabilità della caccia nei fondi privati.
La prima e fondamentale vittoria è arrivata a inizio anno con la sentenza del Consiglio di Stato n. 895/2026, pubblicata il 3 febbraio 2026. Un successo straordinario ottenuto grazie all’instancabile lavoro di Lilia Casali, presidente dell’associazione Animal Liberation, al fianco di una proprietaria terriera di Casola Valsenio, in Emilia-Romagna. Dopo anni di battaglie legali contro la Regione, i giudici di Palazzo Spada hanno stabilito in via definitiva che l’obiezione di coscienza e i motivi etici sono ragioni pienamente legittime per vietare l’accesso dei cacciatori, imponendo alle istituzioni il rispetto della sensibilità morale dei cittadini verso gli animali. https://www.abolizionecaccia.it/assets/images/globali/cons-stato-895-2026-su-divieto-caccia-fondi-privati-emilia-romagna.pdf
A consolidare questo principio vitale è intervenuta, solo qualche settimana fa, un’altra preziosissima vittoria: la sentenza n. 254 del 14 aprile 2026 del TAR Abruzzo. Grazie all’impegno di una cittadina, supportata dalla Stazione Ornitologica Abruzzese, i giudici hanno ribadito a chiare lettere che la Regione non può respingere le richieste di esclusione etica usando scuse generiche o appellandosi rigidamente ai limiti percentuali di territorio cacciabile. La proprietà privata e il rifiuto morale della violenza hanno finalmente un peso che nessuno può più ignorare.

I NUMERI PARLANO CHIARO: L’ITALIA NON VUOLE LA CACCIA
La caccia non è ben vista dalla stragrande maggioranza dei cittadini, e i dati lo confermano in modo inequivocabile. Secondo quanto riportato da GreenMe, il 73 per cento degli italiani è nettamente contrario all’attività venatoria. I recenti sondaggi commissionati dalla Fondazione Capellino agli istituti Ipsos e Piepoli rincarano la dose: quasi otto italiani su dieci (il 78 per cento) giudicano la caccia eticamente inaccettabile a causa delle sofferenze inflitte agli animali. Inoltre, l’85 per cento dei cittadini dichiara di non sentirsi sicuro a frequentare boschi e sentieri durante la stagione venatoria, e ben il 94 per cento vorrebbe che la caccia fosse abolita o quantomeno fortemente limitata senza ulteriori ampliamenti.

I DANNI DIRETTI E INDIRETTI: UN BILANCIO DRAMMATICO
Non si tratta solo di una questione etica, ma di salute pubblica, di rispetto per gli ecosistemi e di sicurezza. Come emerso dal recente webinar sulla caccia https://www.youtube.com/watch?v=A68ut9RnFq4 di ISDE Italia Associazione Medici per l’Ambiente, e denunciato costantemente da figure istituzionali come Andrea Zanoni, la caccia inquina e avvelena. Ogni anno vengono riversate nell’ambiente oltre 14.000 tonnellate di piombo, un metallo pesante altamente tossico. Questo veleno silenzioso contamina i terreni, le falde acquifere e la catena alimentare, causando la morte per avvelenamento di circa un milione di uccelli acquatici e provocando gravi danni neurologici agli esseri umani. I bambini sono le vittime più esposte, subendo conseguenze irreversibili sullo sviluppo cognitivo.
Oltre all’avvelenamento da piombo, vi sono innumerevoli altre fonti di contaminazione legate a questa pratica. Pensiamo ai milioni di bossoli di plastica sistematicamente abbandonati sul terreno e quasi mai raccolti, oppure alle molte sostanze chimiche nocive contenute nella polvere da sparo, cui si aggiungono i metalli dispersi dai fondelli delle cartucce e dagli inneschi di accensione. A questo scempio materiale si unisce un altro danno gravissimo e invisibile: il fragore delle armi da fuoco. I continui spari irrompono nella quiete dei boschi generando uno stato di terrore profondo e panico improvviso in tutti gli animali, alterandone pesantemente l’etologia e i delicati ritmi vitali, un vero e proprio trauma acustico che spaventa a morte anche noi animali umani.
A questo grave inquinamento si sommano decine di morti e feriti umani, vittime di incidenti di caccia che trasformano le nostre campagne in scenari di pura violenza. Per comprendere la reale portata di questa vera e propria emergenza di pubblica sicurezza, basta consultare i dossier costantemente aggiornati dall’Associazione Vittime della Caccia (visitabili sul sito https://www.vittimedellacaccia.it/), i quali documentano ogni anno un bollettino di guerra inaccettabile che colpisce non solo i cacciatori stessi, ma anche semplici cittadini che passeggiano o lavorano nei propri fondi privati. E non possiamo dimenticare i danni indiretti: i mezzi fuoristrada che sfrecciano nei boschi inquinando l’aria, distruggendo il sottobosco, disturbando la quiete naturale e uccidendo la fauna minore che finisce inevitabilmente schiacciata sotto le pesanti ruote. Spesso, questi mezzi violano illegalmente le proprietà private, calpestando i diritti di chi vorrebbe solo vivere la natura in pace.

LA QUESTIONE COSTITUZIONALE E LE SANZIONI EUROPEE
Alla luce di tutto questo, la pratica venatoria per come è svolta oggi appare in gran parte anticostituzionale. L’Articolo 9 della nostra Costituzione sancisce la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni. L’Articolo 41 stabilisce chiaramente che l’iniziativa economica privata non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla salute e all’ambiente.
Come può un’attività che avvelena i suoli con il piombo, mette a rischio la vita delle persone e distrugge gli equilibri ecologici essere compatibile con questi principi supremi? Non a caso, l’Italia paga regolarmente pesanti sanzioni alla Comunità Europea per il mancato rispetto delle Direttive comunitarie, in particolare la Direttiva Habitat e la Direttiva Uccelli. Paghiamo tutti per le violazioni a favore del divertimento letale di pochi.

COSA PREVEDE ESATTAMENTE LA LEGGE (ARTICOLO 15, LEGGE 157/1992)
Per comprendere appieno la portata di questa rivoluzione, è utile leggere direttamente cosa stabilisce la norma fondante, ovvero l’Articolo 15 della Legge 157/1992. Il comma 3 prevede che: “Il proprietario o conduttore di un fondo che intenda vietare sullo stesso l’esercizio dell’attività venatoria deve inoltrare […] al presidente della giunta regionale richiesta motivata”. Il successivo comma 4 chiarisce che la richiesta deve essere accolta se non ostacola la pianificazione venatoria o quando la caccia sia “motivo di danno o di disturbo ad attività di rilevante interesse economico, sociale o ambientale”.
Fino alle recenti sentenze giurisprudenziali, le Regioni respingevano quasi tutte le domande appellandosi a presunti e generici ostacoli alla pianificazione faunistica. Oggi, finalmente, i tribunali hanno sancito che il rifiuto morale, la sicurezza delle persone e la tutela etica degli animali rientrano a pieno titolo in questi fondati motivi, rendendo di fatto illegittimi i rigetti automatici e pretestuosi del passato.

LA SPERANZA DELLA RETE NATURA PRIVATA E COME REALIZZARLA
L’apertura dell’Umbria e le storiche sentenze giuridiche ci offrono una prospettiva luminosa. Questa possibilità riaccende la speranza che i cittadini proprietari di terreni possano ritornare a essere i veri custodi della biodiversità. Per aiutare chi intende mettere in sicurezza i propri spazi, ecco l’elenco dei documenti e il percorso da seguire:
1.Preparazione dei documenti: Raccogliere la copia del documento di identità, la visura catastale aggiornata e la mappa o planimetria catastale con i confini della proprietà chiaramente evidenziati.
2.Motivazione: Compilare l’istanza formale richiedendo l’esclusione del fondo per motivi etici, di obiezione di coscienza o per la conservazione della fauna e della natura, diritti ora pienamente riconosciuti dall’Articolo 15 comma 4 della Legge 157/1992 e validati dalle recenti sentenze.
3.Invio: Inoltrare la documentazione all’Ufficio Regionale competente tramite PEC o raccomandata con ricevuta di ritorno.
4.Tabellazione: Ottenuta la delibera regionale, perimetrare il terreno posizionando cartelli con la dicitura Fondo sottratto alla caccia, collocati in modo che siano ben visibili l’uno dall’altro lungo tutto il perimetro.

Oggi ci sono finalmente le basi legali per trasformare una grande speranza in realtà: dare vita a una vera e propria Rete Natura Privata.
Al momento è un bellissimo progetto tutto da costruire, una visione che richiede l’impegno di ognuno di noi. Ma proprio come la Rete Natura 2000 istituita dall’Unione Europea è stata concepita per proteggere gli habitat più preziosi, questa nuova rete deve nascere dal basso, dalla volontà etica dei cittadini. Immaginate la forza di unire i nostri fondi preclusi alla caccia, favorendo la nascita di corridoi ecologici sicuri: potremmo integrare le aree protette ufficiali creando un tessuto continuo di oasi di rifugio.
Significa restituire la terra ai suoi legittimi abitanti. Avendo vissuto più tempo della mia vita nei boschi che nelle case, la mia etica della vita e la mia etica fotografica mi hanno sempre insegnato una regola imprescindibile: prima di tutto il rispetto per gli animali, e solo dopo lo studio e lo scatto fotografico. Conosco le dinamiche selvatiche meglio delle logiche cittadine e so per esperienza diretta che i veri bioregolatori degli ecosistemi sono i lupi, non chi spara. Sono i predatori naturali a prevenire la diffusione delle malattie nutrendosi in gran parte di animali già morti o malati, garantendo quell’equilibrio vitale che l’arroganza venatoria pretende di sostituire, finendo solo per distruggerlo.
I selvatici fanno tutto in silenzio e gratuitamente, mantenendo in perfetto equilibrio i nostri ecosistemi senza mai chiedere nulla in cambio. A noi spetta un solo, fondamentale compito: smettere di prenderli a fucilate.
Siamo tutti animali, abbiamo gli stessi diritti, abitiamo la stessa casa.

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